Il funzionario Bonino
Aveva evocato “punti ancora oscuri che altre istituzioni devono chiarire”, il ministro degli Esteri Emma Bonino, in quel di Bruxelles, due giorni fa, raccontandosi in azione sul caso Shalabayeva ma “in solitaria”, di fronte alle suddette misteriose “istituzioni che continuavano a ripetere che tutto era regolare”. Aveva sollevato un polverone, con quelle parole, il ministro – chi sarebbero le istituzioni? E quali i punti oscuri?, si chiedevano gli osservatori, guardando ad altri ministeri o a chissà quali servizi – ma aveva poi anche fatto una mezza retromarcia, il ministro (non c’era intento polemico, in quelle parole, era stata la precisazione proveniente da una nota della Farnesina nelle ore successive).
21 AGO 20

Aveva evocato “punti ancora oscuri che altre istituzioni devono chiarire”, il ministro degli Esteri Emma Bonino, in quel di Bruxelles, due giorni fa, raccontandosi in azione sul caso Shalabayeva ma “in solitaria”, di fronte alle suddette misteriose “istituzioni che continuavano a ripetere che tutto era regolare”. Aveva sollevato un polverone, con quelle parole, il ministro – chi sarebbero le istituzioni? E quali i punti oscuri?, si chiedevano gli osservatori, guardando ad altri ministeri o a chissà quali servizi – ma aveva poi anche fatto una mezza retromarcia, il ministro (non c’era intento polemico, in quelle parole, era stata la precisazione proveniente da una nota della Farnesina nelle ore successive). Un ministro deve “le sue spiegazioni al Parlamento”, aveva detto Bonino, pormettendo di spiegarsi all’audizione delle commissioni Esteri e Diritti umani del Senato il 24 luglio. Cioè ieri, quando, attesissima, il ministro ha però usato tutt’altro tono: nessuna evocazione di misteri sommersi, solo una rigida, rigidissima separazione in un “prima” e in un “dopo”, con un’esposizione in perfetto stile “alto funzionario Onu”, stilisticamente lo specchio internazionale e rovesciato, ma pur sempre lo specchio, del pignolo burocratese del collega dell’Interno Angelino Alfano. Bonino dunque si immergeva, grave e concentrata, in un racconto che espelleva dall’orizzonte quel pur interessante “ex ante” (fino al 31 maggio) in cui la Farnesina non sapeva e dava invece luce piena a quell’“ex post” in cui la Farnesina “è stata chiamata a gestire le conseguenze”. Non faceva nomi, Bonino, mentre oscillava tra la saudade per lo status di paladina decennale dei diritti (di cui “si occupa da una vita”) e l’inesorabile basso profilo della realpolitik (“ho agito sulla base del rispetto delle istituzioni al quale sono tenuta da ministro”). Seguiva descrizione delle azioni del ministero in quel “dopo” in cui nulla d’intentato era stato lasciato per “tutelare i diritti della signora e di sua figlia”, “sensibilizzare” il governo, “raccogliere informazioni” e avviare i contatti.
Ha raccontato l’“ex post” con precisione millimetrica, Bonino: ho chiesto informazioni, ho subito ragguagliato Alfano e Letta, ho dato istruzioni al nostro ambasciatore in Kazakistan, ho chiesto garanzie, diceva il ministro, parlando con parole dure dell’ambasciatore “intrusivo” Yelemessov, ma facendo capire che al momento la sua espulsione non è all’ordine del giorno (“dipende” da come si comporterà il governo di Astana). E però tra quel “prima” e quel “dopo” si consumava anche un altro dramma meno visibile, il dramma della Emmamonumento dell’impegno per popoli oppressi e dissidenti che vedeva incrinarsi, come ha detto lei stessa, il suo patrimonio di “credibilità”. Ricostruirla, la credibilità, era il desiderio neanche represso e anzi leggibile nelle parole “amareggiate” con cui si congedava dai senatori (“non ci ho dormito”; diceva, spiegando quanto era stato duro vedere “configurarsi un’ingiustificata responsabilità oggettiva della Farnesina, del tutto estranea alla gestione e all’informazione sulle prime determinanti fasi” di questo e di altri episodi). Parlava del futuro, di sinergia tra i ministeri, e però qualcosa si era comunque frantumato.
Il punto infatti non è tanto il sapere o il non sapere, e neanche il cacciare o non cacciare l’ambasciatore, e neanche l’aver avuto informazioni dettagliate solo dal rapporto Pansa dopo i dispacci “meramente fattuali” del Viminale, come ha detto Bonino. Il punto è più complesso: come conciliare la Emma dei diritti che denuncia “punti oscuri” (e che lungo quella china, per restare tale, sarebbe dovuta andare fino alle estreme conseguenze, o parlar chiaro) con la Emma di ieri, il ministro degli Esteri in teoria perfetto per il ruolo, che spiega per filo e per segno ma non aggredisce il nodo cui accennava l’ex sottosegretario agli Esteri Gianni Vernetti a questo giornale, qualche giorno fa: “Sono passate almeno tre settimane” prima che Bonino “parlasse pubblicamente del caso, perché?”. “Sensibilità istituzionale che si è ritorta contro”, è stata la difesa di alcuni. Ragionevole sensibilità istituzionale, magari, che però fa a pugni con il mito Bonino. E somiglia più alla gestione di discreto realismo cui si sono attenite in questa faccenda altre istituzioni.